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Milena Libera

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Si vedevano in giro anche i venditori di stoffe e corredi e quello che vendeva il DDT usato per disinfestare

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L’uomo, il pappagallo, i “pianeti” e i numeri al lotto

FRANCO SPENA

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la gabbia del pappagallo e i "pianeti"

la gabbia del pappagallo e i “pianeti”

Il desiderio di cambiare il corso della vita attraverso un colpo di fortuna o di conoscere, ancora, cosa ci riserva il futuro, c’è sempre stato e ha alimentato credenze e pratiche, desideri e pure mestieri, come quello di un ambulante particolare che, in anni passati, faceva il giro anche dei nostri quartieri con un pappagallo su una spalla e una cassetta appesa al collo ricolma di foglietti colorati, ripiegati in quattro, all’interno dei quali erano scritti una sorta di oroscopo e anche dei consigli che, a sua detta, portavano fortuna.
Questo originale personaggio con una mano teneva un trespolo sul quale di tanto in tanto poggiava il pappagallo.
«’A furtuna c’è! »: questo era il suo grido, ad alta voce, quando passava per le strade facendo così sentire il suo arrivo. In molti, specialmente donne, si affacciavano pertanto davanti la porta delle loro abitazioni desiderosi di conoscere ciò che riservava loro il destino, o per dirla in modo popolare, per avere letta “‘a vintura”. «Cu voli liggiuta ‘a fortuna! », gridava ancora l’uomo.
Per poche lire prestava il suo lavoro e a un suo segnale il pappagallo estraeva col becco dalla cassetta “il pianeta” o “la pianeta della fortuna”, così com’era chiamato il foglietto che conteneva anche dei numeri fortunati da giocare al lotto.
Simile a lui era un altro, che però si vedeva molto più di rado, che al posto del pappagallo aveva una piccola scimmia che estraeva la pianeta dal contenitore.
Vi era invece un altro personaggio che, chiedendo l’elemosina, dava in cambio dei numeri da giocare raccomandando di tenerli segreti, senza parlarne con nessuno: infatti avvertiva che, se si fosse rivelato l’incontro, quei numeri non sarebbero stati più “efficaci”.

Sempre tra gli ambulanti che un tempo giravano per le nostre strade ce n’era uno che vendeva stoffe e corredi, in genere scampoli di biancheria che dava a prezzi convenienti, ma anche lenzuola e federe che le mamme – che avevano figlie da maritare – compravano a poco a poco, per la loro dote. In genere qualcuna delle donne interessate lo faceva entrare in casa e le vicine che accorrevano potevano così visionare e toccare i capi che venivano distesi sul tavolo della cucina. Il venditore mostrava il suo campionario di lenzuola e indumenti ricamati e le donne sceglievano le parti di corredo che erano di loro interesse. Era conveniente comprare i pezzi di corredo in questo modo poiché generalmente venivano pagati “a simana”: il venditore, infatti, tornava ogni settimana a riscuotere la rata pattuita messa da parte diligentemente dalla madre di famiglia ricavandola dalla “simanata”, il salario che veniva dato per il lavoro dei mariti ogni settimana, generalmente il sabato.
Tutto questo accadeva quando la strada era uno spazio quasi abitato, dove si svolgevano attività e mansioni che generalmente si fanno in casa, come il lavare, stendere la biancheria, mentre in certi periodi dell’anno si facevano particolari operazioni di pulizia come “scunzari i letti”, mettere fuori le reti che si cospargevano di alcol che si faceva bruciare per distruggere insetti, acari e pidocchi.

LaICL1003A3120140914CLIn molti casi, specie per le famiglie che abitavano nei pianterreni, con poco spazio a disposizione, era molto difficile affrontare il problema dell’igiene. Per questo c’era un ambulante che si faceva vedere, che vendeva il DDT in lattine, un disinfettante che si teneva in casa e si spruzzava con una particolare pompa che somigliava a quella che si usa per gonfiare le gomme delle biciclette, ma che aveva alla base un contenitore dove si metteva il liquido.

Il DDT veniva venduto in lattine o versato, nella quantità richiesta, con dei particolari misurini a seconda della quantità necessaria. Il venditore girava con un carretto sul quale era caricato un recipiente e vendeva spesso anche pettini stretti e larghi in osso, usati fino a che l’avvento della plastica non ne mise in commercio di più economici.

astrattuIn tempi di pomodori la strada diventava quasi un grande laboratorio di cucina e si riempiva di odori. Le “tucchiene” erano piene di bottiglie di vetro messe al sole ad asciugare, per conservarci la salsa per l’inverno, ma si vedevano spesso anche tavole ricavate da quelle di faggio che si usavano per fare i letti con “i trispi” ricolme di pomodori tagliati a metà, che si facevano seccare al sole per fare le “cchiappe” e telai rivestiti di stoffa di olona sulla quale si versava la salsa di pomodoro che si era precedentemente preparata.

La salsa veniva di tanto in tanto rimestata e distesa sulla tela con un cucchiaio di legno finché si addensava nella maniera giusta.
Si preparava così, in maniera casalinga, l’estratto di pomodoro, “l’astrattu”, un condensato che si conservava a piccoli panetti in un luogo fresco della casa e che veniva usato per preparare il sugo.
Sono cose che ormai si trovano “belle e fatte” nei supermercati ma che alcuni amano ancora certe volte fare in casa per ottenere un condimento genuino e realizzato a regola d’arte.

Matematicamente certo!

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lavastira

 

Volpe curiosa!

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Il treno nei fumetti

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