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gen telUN MODO STRANO DI INDAGARE…

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Davide Gentile non era solo un carabiniere. Aveva dato più di una volta prova di una sua particolare dote: era in grado di esercitare suggestione verso determinate persone, insomma praticava l’ ipnotismo. In questa puntata riferiamo di alcune sedute tenute a Milena.

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A richiesta dello stesso comandante dovetti intervenire su un indiziato di rapina che ovviamente si era trincerato in un persistente diniego. Per quanto tipo duro e riottoso fosse, a forza di opportune ripetute insistenti suggestioni riuscivo ad ammorbidirlo. Ma non parlava, e non intendeva indicare il luogo dove aveva nascosto il denaro rapinato, insistendo col dire che era innocente. Si era alle solite: una denuncia indiziaria non avrebbe potuto giovare alla giustizia.

catalessiadimostrativaRicorsi pertanto ad un espediente, altre volte usato per gioco: feci stendere al “fermato” il braccio destro, e, fissandolo intensamente negli occhi – in principio sfuggenti e che in seguito cedevano – gli dissi con un particolare tono di voce (in quei casi indispensabile), che il suo braccio cominciava a formiclargli, irrigidendosi per poi diventare duro come il marmo; e nel parlare praticavo lungo il suo braccio dei “passi” dando così forza alle parole. Quell’individuo suggestionato, per quanto sforzi facesse non riusciva a piegare il gomito, disse: “Basta, vi dico dove sono i soldi” e indicava il posto: una specie di doppio fondo del grande paniere ovale dove poratva la merce da vendere. Ma il suo vero mestiere era però quello del rapinatore: rapinatore di gente povera come lui; perchè quello era il tempo in cui tutti “Eravamo povera gente” (come nel titolo del libro di Cesare Marchi, regalatomi da Vittoria).

Allo stesso modo a Milena dovevo fare confessare un altro miserabile rapinatore: uno che aveva posto “faccia a terra” un povero venditore ambulante, il quale dopo avere effettuata la vendita della sua verdura in paese se ne ritornava con il suo somarello a Racalmuto. Gli aveva sottratto dodici lire! E in quella occasione era intervenuto il nucleo di Mussomeli con il cane poliziotto; ed avevamo dovuto fare la “segnalazione estesa”: era una rapina!

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Saia

Totino Saia

Ho per le mani, in forma di lettura “estiva”, il libro di Giorgio Faletti “Io sono Dio”.

Mai avrei letto Faletti, specialmente perché pregiudizialmente influenzato da qual suo “minchia signor tenente” sanremese. Poi, quasi per caso, lessi una recensione. E quasi per caso comprai “Io uccido”: un impressionante sequenza letteraria di “suspense” narrativa in forma di giallo! E non solo quello. E poi altri suoi libri.

Proprio da “Io sono Dio” vi propongo un brano che mi ha colpito e che riporto:

Senza una ragione, le venne in mente un’antica favola indiana, quella che aveva raccontato un tempo a Sundance e che narrava di un vecchio Cherokee seduto davanti al tramonto con suo nipote.

«Nonno, perché gli uomini combattono?»

Il vecchio, gli occhi rivolti al sole calante, al giorno che stava perdendo la sua battaglia con la notte, parlò con voce calma.

«Ogni uomo, prima o poi è chiamato a farlo. Per ogni uomo c’è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta, da vincere o da perdere. Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi.»

«Quali lupi nonno?»

«Quelli che ogni uomo porta dentro di sé.»

Il bambino non riusciva a capire. Attese che il nonno rompesse l’attimo di silenzio che aveva lasciato cadere fra loro, forse per accendere la sua curiosità. Infine, il vecchio che aveva dentro di sé la saggezza del tempo riprese con il suo tono calmo.

«Ci sono due lupi in ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, bugie, egoismo.»

Il vecchio fece di nuovo una pausa, questa volta per dargli modo di capire quello che aveva appena detto.

«E l’altro?»

«L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede.»

Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato. Poi diede voce alla sua curiosità e al suo pensiero.

«E quale lupo vince?»

Il vecchio Cherokee si girò a guardarlo e rispose con occhi puliti.

«Quello che nutri di più.»

Totino Saia

ricottoneDopo 19 anni di mistero l’omicidio di Giuseppe Ricottone, ex indiziato mafioso, ucciso da una fucilata mentre si trovava sul balcone della sua casa di campagna a Milena, ha un movente e dei responsabili.
Ieri, infatti, la Corte d’Assise presieduta da Francesco Carimi (giudice a altere Carlo Cataudella) ha riconosciuto colpevoli, condannandoli all’ergastolo, il boss Giuseppe “Piddu” Madonia, presunto mandante e i campofranchesi Salvatore Termini e Domenico Vaccaro, ritenuti gli esecutori materiali dell’omicidio.
Dunque sono state accolte in pieno le richieste formulate dal sostituto procuratore Stefano Luciani, che aveva sollecitato la condanna al carcere a vita per tutti e tre gli imputati. Secondo l’accusa, infatti, il delitto era stato deliberato dal boss Giuseppe Madonia, il quale avrebbe voluto vendicare un’offesa fatta da Ricottone a Nino La Mattina. Ricottone, indiziato mafioso di Milena, avrebbe denigrato l’ex boss di Campofranco perché possedeva un night-club sulla statale Palermo- Agrigento frequentato da ragazze che si sarebbero  intrattenute con alcuni “uomini d’onore”. Madonia avrebbe affidato la missione di morte ai due soldati della cosca di Campofranco.
Secondo la tesi dell’accusa Vaccaro, quel 2 maggio del 1990, si sarebbe appostato su un’abitazione ubicata di fronte a quella di Ricottone e avrebbe sparato la fucilata che colpì la vittima al fianco usando un fucile a canna lunga. Termini, invece lo avrebbe accompagnato in auto. Ricottone morì dopo quasi 20 giorni di agonia trascorsi in un letto d’ospedale.

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...tra la presa forzata e il consenso informato

Come dire la differenza tra PRESA DI FORZA e CON...SESSO INFORMATO

Caltaqua non ci sta e ribatte duro alla dichiarazione del direttore del servizio igiene degli alimenti dell’Asl 2 Antonio Bonura il quale ha detto che l’acqua è perfettamente potabile all’entrata nei serbatoi civici mentre presenta i trialometani in quantità superiore al previsto all’uscita degli stessi serbatoi dove, pertanto, si verificherebbe l’inquinamento. «Certamente - ha detto il vice direttore generale di Caltaqua Josè Gozzo - non siamo noi a buttare nell’acqua i trialometani. Caltaqua ha attenzionato il problema sin dal suo nascere per cercare di risolverlo e ha fatto quello che c’era da fare e fa quello che ci dicono di fare. Sembra che la presenza dei trialometani in eccedenza sia dovuta a un eccesso di disinfezione dell’acqua, ma noi abbiamo ridotto la quantità di cloro sino ai limiti minimi; non possiamo però eliminare il cloro che è a salvaguardia della salute dei cittadini». Ma a questo punto di chi o di cosa è la colpa e, soprattutto, cosa bisogna fare per eliminare l’inconveniente? Per Gozzo «il problema va affrontato a monte e va rivisto l’intero sistema di disinfezione dell’acqua nelle varie fasi di travaso; soprattutto va risolto con la collaborazione di tutti quanti siamo interessati ad eliminare o a ridurre la presenza dei trialometani». Ma i trialometani rimangono e la preoccupazione delle popolazioni interessate aumenta. Per Gozzo però «la presenza dei trialometani nella quantità in cui è stata accertata non deve preoccupare perché non mette a rischio la salute dei cittadini». Intanto ieri si è insediato il tavolo tecnico per varare il piano di azione per cercare di risolvere il problema. L’autorità sanitaria ha suggerito a Siciliacque e Caltaqua, che sono i soggetti gestori della distribuzione dell’acqua, di rivedere il sistema di disinfezione e di effettuare una disinfezione mista di biossido di cloro e ipoclorito di sodio. Sarà subito fatta la prova, ma saranno le successive analisi a dire se è stata effettivamente imboccata la strada giusta. In caso negativo bisognerà ricominciare daccapo e bisognerà aspettare altro tempo che si aggiunge a quell’altro già trascorso durante il quale qualcuno può avere bevuto l’acqua e potrà avere ricevuto danni per la sua salute. Nel frattempo alle popolazioni dei 14 Comuni della provincia (capoluogo compreso) interessati al problema si continua a dire di non utilizzare l’acqua distribuita dalla pubblica condotta per gli usi potabili come si fa ormai da febbraio quando fu accertato l’inconveniente. Contemporaneamente la gente protesta anche perché paga l’acqua per buona mentre buona non è. LUIGI

Nel frattempo alle popolazioni dei 14 Comuni della provincia (capoluogo compreso) interessati al problema si continua a dire di non utilizzare l’acqua distribuita dalla pubblica condotta per gli usi potabili come si fa ormai da febbraio quando fu accertato l’inconveniente.
Contemporaneamente la gente protesta anche perché paga l’acqua per buona mentre buona non è
.

Caltaqua non ci sta e ribatte duro alla dichiarazione del direttore del servizio igiene degli alimenti dell’Asl 2 Antonio Bonura il quale ha detto che l’acqua è perfettamente potabile all’entrata nei serbatoi civici mentre presenta i trialometani in quantità superiore al previsto
all’uscita degli stessi serbatoi dove, pertanto, si verificherebbe l’inquinamento.
«Certamente – ha detto il vice direttore generale di Caltaqua Josè Gozzo – non siamo noi a buttare nell’acqua i trialometani. Caltaqua ha attenzionato il problema sin dal suo nascere per cercare di risolverlo e ha fatto quello che c’era da fare e fa quello che ci dicono di fare.
Sembra che la presenza dei trialometani in eccedenza sia dovuta a un eccesso di disinfezione dell’acqua, ma noi abbiamo ridotto la quantità di cloro sino ai limiti minimi; non possiamo però eliminare il cloro che è a salvaguardia della salute dei cittadini».

Ma a questo punto di chi o di cosa è la colpa e, soprattutto, cosa bisogna fare per eliminare l’inconveniente?

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FIFA di Gesù!

paganoLA FIFA IN CAMPO CONTRO GESU’

preghSarà esagerata Bat Ye’ Or quando nel suo libro Eurabia edito da Lindau di Torino sostiene che la nostra civiltà europea si sta suicidando perché non fa più figli e perché soprattutto i nostri leader politici, intellettuali, giornalisti si stanno piegando ad una vera e propria islamizzazione del nostro continente, ma quando si sentono notizie come quella della FIFA, il governo mondiale del calcio, che ammonisce la Federazione Brasiliana perché i suoi calciatori al termine della vittoriosa finale nella recente Confederations Cup in Sudafrica, hanno ringraziato Dio con una preghiera collettiva in mezzo al campo, allora la tesi della studiosa non è tanto peregrina.

I belong to jesus - Io appartengo a Cristo

I belong to Jesus - Io appartengo a Cristo

Molti dei calciatori sotto le magliette verde e oro indossavano magliette con su scritto, “I belong to Jesus, appartengo a Gesù”. Come è ovvio una preghiera esplicitamente cristiana, vista la fede comune in Brasile.

Alla FIFA queste cose non sono piaciute e il gran capo Blatter ha censurato: “la religione deve stare alla larga dal calcio. Bisogna smetterla di ringraziare Dio su un campo di calcio ogni volta che c’è una vittoria”. Ma nessuno ha avuto da ridire, qualche giorno prima, quando la stessa cosa avevano fatto i calciatori dell’Egitto vittoriosi sull’Italia, e tutti genuflessi verso La Mecca a ringraziare Allah.

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San Marco

San Marco

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 6,7-13.

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indemoniatoAllora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi.
E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa;
ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche.
E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo.
Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro».
E partiti, predicavano che la gente si convertisse,
scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano.

LOPO

Campo sportivo di Montedoro - Una formazione del Milena del '59 - Da sinistra: Enrico Schillaci, Pino Schillaci, Cristenzio Mancuso, Paolo Diliberto - Accosciati: Nino Falcone, Nino Cipolla, Totò Provenzano.

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8 luglio 1959. Dopoguerra. Sono lontani i tempi in cui si giocava a calcio con un pallone di pezze legate tra loro. Il fot-bal cominciava a pretendere anche una forma normale anche perchè le maglie, i calzoncini e la sfera (come Nicolò Carosio chiamava il pallone nelle sue radiocronache) diventavano alla portata delle tasche di tutti. Il calcio moderno venne importato a Milocca dai suoi più giovani cittadini andati fuori o per studio o per lavoro. Chi  usciva dal paese aveva la possibilità e la fortuna di imparare a giocare a calcio. Anche in istituti religiosi: come Cristenzio Mancuso, il noto compagno, che studiò dai monaci di Ispica e Acireale: anche se giocava centroattacco, indossava la maglia col numero 10 comprata risparmiando i soldi dei coni estivi.

Però quando si doveva giocare “fuori” e per l’onore del paese, la maglietta doveva essere, come la legge, uguale per tutti. Avevano ancora a disposizione quelle a strisce democristiane, ma erano troppo di parte. Fu così che tutti i giocatori della rosa del Milena si misero d’accordo: avrebbero comprato quella del Milan, vuoi perchè il Milan andava anche allora per la maggiore, vuoi perchè “Milan” ricordava alle orecchie la cara “Milena”!  Purtroppo… quelli del Milan a cui si erano rivolti, tardavano a dare una risposta . Allora i giovani ed impazienti calciatori si rimisero alla volontà del loro capitano. In pochi giorni Mimmo Bonomo andò a Caltanissetta e portò in paese fiammeggianti magliette: erano blucerchiate, erano quelle della Sampdoria!

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